Ci sarebbe stato da attendersi che, a causa della particolare gravità del pianeta, il paracadute si fosse immediatamente rotto; ma i suoi progettisti sapevano il loro mestiere. Tenne. L’atmosfera incredibilmente densa… perfino a quell’altezza, era molto più densa di quella terrestre… gonfiò il paracadute e annullò la velocità di caduta dell’oggetto. Così, malgrado una forza di gravità di tre volte superiore a quella terrestre, la macchina toccò il suolo intatta.

Per qualche minuto dopo l’atterraggio, apparentemente non accadde nulla. Poi l’ovoide dal fondo piatto si mosse, liberandosi dall’incastellatura del paracadute, e avanzò portato da cingoli quasi invisibili, allontanandosi dal groviglio di filamenti metallici, quindi tornò a fermarsi, come per dare un’occhiata intorno.

Comunque, non stava guardando; per il momento, non era in grado di vedere. Bisognava operare delle correzioni. Perfino quella solida massa, priva di parti mobili a eccezione degli apparecchi esterni di locomozione e di guida, non poteva restare immutata, sotto la pressione esterna di circa ottocento atmosfere. Le dimensioni dell’oggetto, e dei circuiti incorporati, erano lievemente cambiate. La pausa iniziale, dopo l’atterraggio, aveva permesso agli operatori a distanza di scoprire e controllare le frequenze leggermente mutate che, in quelle condizioni, permettevano di manovrare la macchina. Gli occhi, che avevano visto così chiaramente nello spazio, dovettero essere regolati, in modo che il diverso indice di rifrazione tra il diamante e il nuovo ambiente esterno non confondesse la visione tanto da renderla inutile. Questo non prese molto tempo, dato che si trattava di un’operazione automatica, causata dalla stessa atmosfera, col suo filtrare attraverso dei minuscoli pori negli spazi di alcuni elementi delle lenti.

Una volta regolata la parte ottica, l’oscurità quasi complete non fu più un ostacolo per quegli occhi, perché gli ingranditori incorporati potevano sfruttare anche le minime tracce di radiazioni rifratte dal diamante. Molto lontano, degli occhi umani rimasero incollati agli schermi che inquadravano le immagini trasmesse dalla macchina.



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