
Incoraggiato da quelle parole, Trurl sali di corsa le scale, sulla scia di Klapaucius. Nella piazza antistante non c’era neppure un’anima. Tra le nubi di polvere e i macilenti scheletri delle case che aveva demolito, s’ergeva solo la macchina, più alta della torre del municipio: sbuffava vapore ed era coperta del sangue dei mattoni polverizzati, sporca di gesso e di calce.
«Attento!» sussurrò Klapaucius. «Non ci ha ancora visto. Pigliamo la prima strada a sinistra, quindi giriamo a destra e poi via, ce la filiamo verso quei monti. Lassù cercheremo un buon rifugio e, con calma, troveremo la maniera di convincere quella stupida macchina a rinunciare al suo folle propo… Adesso!» gridò, perché la macchina li aveva visti e si era lanciata contro di loro, facendo sobbalzare l’asfalto della strada.
Senza fiato, corsero via dalla città e percorsero di gran carriera più di un miglio, con i passi pesanti del colosso che li seguiva senza pietà nelle orecchie.
«Conosco quel canalone!» gridò all’improvviso Klapaucius. «E’ il letto di un ruscello asciutto, e sale fino a una zona di rupi e caverne… più in fretta, più in fretta, presto sarà obbligata a fermarsi!»
Così, si arrampicarono fin sul monte, inciampando e sbattendo le braccia per non perdere l’equilibrio, ma la distanza tra loro e la macchina non fece che diminuire. Scivolando sui ciottoli dell’alveo disseccato, giunsero infine a un crepaccio della parete perpendicolare di roccia, e scorgendo in alto, sopra di loro, la buia imboccatura di una caverna, cominciarono a salire freneticamente verso di essa, incuranti delle pietre che si staccavano sotto i loro piedi. La caverna era buia; dall’entrata usciva un soffio d’aria umida e gelida. I due costruttori oltrepassarono la soglia più in fretta che poterono, fecero qualche passo all’interno e infine si fermarono.
