— Tè, spezie, fuochi artificio, medicine. Molte, molte cose, poco prezzo.

Lui annuì mentre si domandava quanti anni avesse il cinese. Era la prima volta che incontrava un cinese che non parlava correntemente americano. Se qualcuno glielo avesse chiesto (ma nessuno lo aveva mai fatto) avrebbe sicuramente risposto che c’erano centinaia di milioni di persone che non lo parlavano, e che non conoscevano altra lingua che la loro.

Ora si rendeva conto che esiste una bella differenza fra conoscere e comprendere.

Il cinese batté la pipa sul tavolo, la riempì di nuovo e l’accese sulle lingue di fuoco violetto. Dopo una o due tirate, mise un bollitore di rame tutto ammaccato sul fuoco. — Sheng dice: paradiso, inferno? Tu dice paradiso.

— Perché tu… cosa c’è?

La bambola si era mossa.

3. La parata

Con molta cautela tirò fuori la bambola dalla tasca. Prima aveva le gambe tese, ne era certo. Ora invece aveva un ginocchio lievemente piegato. Il viso era calmo e serio, avrebbe detto inespressivo, se non avesse amato quel viso così tanto. Le labbra erano leggermente incurvate.

— Ah, tu ammira dea!

Quasi inconsapevolmente, lui annuì.

— Ah, molto bene! Io vede?

Il cinese allungò la mano, e con un certo fastidio lui gli porse la bambola.

— Oh, molto bella! Molto bella! Lunghe gambe, piccoli piedi! — Il cinese ridacchiò. — Tu non piace Sheng tiene bambola. Sheng capisce.

Solo dopo averla riposta nella tasca si decise ad ammettere di aver temuto che lui non gliela restituisse.

— Presto Sheng mostra. Prima beve tè. — Il drago di fumo bianco della pipa si confuse, azzuffandosi, con il selvaggio drago di vapore del bollitore del tè. L’acqua bollente sgorgò nella teiera, seguita da una spruzzata di foglie fragranti.



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