
"Come so ciò che penso, finché non vedo ciò che dico?" scrisse uno scrittore pre-Egira. Per l’appunto. Devo vedere quegli eventi, per sapere che cosa pensarne. Devo vedere gli eventi mutati in inchiostro, le emozioni mutate in pagina stampata, per credere che siano davvero accaduti e che mi abbiano toccato.
Se leggi questo scritto per la stessa ragione per cui io lo scrivo… per ricavare dal caos degli ultimi anni una sorta di schema, per imporre una parvenza d’ordine alla serie d’eventi in fondo casuale che ha regolato la nostra vita negli ultimi decenni standard… allora forse, tutto sommato, lo leggi per la giusta ragione.
Da dove iniziare? Da una sentenza di morte, forse. Ma quella di chi? La mia, o di lei? E, se la mia, quale delle mie? Ho varie morti fra cui scegliere. Ma forse quest’ultima, la mia morte definitiva, è la scelta appropriata. Iniziare dalla fine.
Scrivo questi fogli mentre mi trovo, come il gatto di Schròdinger, in una scatola che gira in orbita alta intorno a un pianeta in quarantena, Armaghast. La scatola non è affatto una scatola, ma un ovoide dalle pareti lisce, solo sei metri per tre: fino al termine della mia vita, sarà tutto il mio mondo. L’interno è in pratica una cella spartana che comprende la scatola nera per riciclare l’aria e i rifiuti, la cuccetta, il sintetizzatore di cibo, uno stretto ripiano che mi fa da tavolo da pranzo e da scrittoio, e infine il water, il lavandino e la doccia, posti dietro un tramezzo di fibroplastica per ragioni di decenza che mi sfuggono: qui nessuno verrà mai a farmi visita. La riservatezza mi pare una vuota battuta umoristica.
Ho una tavoletta di scrittura e uno stilo. Terminata una pagina, ne faccio una stampa su micropergamena ottenuta dal riciclatore. Durante ogni giornata, l’unico cambiamento visibile nel mio ambiente è il lento accumulo di pagine sottili come un’ostia.
