Quest’ultima riflessione, venata com’era da un’ombra di critica, per un istante inquietò Svengaard. Deglutì e concentrò la sua mente sulla definizione che la Gente aveva coniato per gli Optimati: Essi sono i potenti che ci amano e si prendono cura di noi.

Con un sospiro, Svengaard si allontanò dalla finestra, girò intorno alla scrivania e superò la porta che conduceva alla sala dei preparativi, alle spalle della quale si trovava il laboratorio. Nella sala, si fermò a controllare allo specchio il proprio aspetto: capelli grigi, occhi scuri, mento volitivo, fronte alta e labbra severe sotto un naso aquilino. Era sempre stato piuttosto orgoglioso dell’aspetto gelido e distaccato conferitogli dal suo schema DNA, ma ormai aveva accettato la necessità di addolcirlo in determinate circostanze. Ammorbidi la piega della bocca e i suoi lineamenti assunsero un’espressione di interesse pieno di sollecitudine.

Sì, per i Durant quell’espressione sarebbe andata benissimo… se il loro profilo emotivo era stato elaborato con accuratezza.

L’infermiera Washington aveva appena introdotto i Durant nel laboratorio, quando vi entrò anche il Dottor Svengaard, che si era servito dell’ingresso riservato esclusivamente a lui. La pioggia batteva e scrosciava sul lucernario. Un clima simile improvvisamente gli sembrò il più adatto all’atmosfera della stanza: vetro lavato alla perfezione, acciaio, plasmeld e piastrelle… tutto così impersonale. Pioveva su tutti… e tutti gli esseri umani dovevano passare per una stanza come quella… perfino gli Optimati.

Svengaard provò un istintivo moto d’antipatia per i genitori. Harvey Durant era un giovane snello, alto più di un metro e ottanta, con capelli biondi e ricci e occhi di un azzurro chiaro. Il viso era apparentemente franco, innocente. Lizbeth, sua moglie, altrettanto giovane, raggiungeva quasi l’altezza del marito, ed era egualmente bionda e con gli occhi azzurri.



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