
Harvey, servendosi a sua volta del codice, gli rispose, «È uno Steri, per giunta presuntuoso; è così fiero della sua posizione che quasi non si accorge di ciò che lo circonda.»
Il tono pratico della donna diede fastidio al Dottor Svengaard. La Durant stava già guardandosi attorno: sguardi rapidi, indagatori. Devo essere io ad avere il controllo della situazione, pensò Svengaard. Si avvicinò ai due, strinse loro la mano. I palmi dei Durant erano madidi di sudore.
Sono nervosi. Perfetto.
Il rumore di una pompa del sistema di supporto vitale, che proveniva dalla sua sinistra, gli parve in quel momento molto forte, quasi rassicurante. Le pompe erano il metodo migliore per innervosire i genitori. Del resto, era per quello che facevano invariabilmente tanto rumore. Si girò verso la pompa, e indicò una vasca di cristallo sigillata e sospesa su di un campo di forza quasi al centro del laboratorio. Il rumore della pompa proveniva da quella vasca.
«Eccolo lì,» annunciò.
Lizbeth fissò la superficie traslucida, lattiginosa, della vasca. Si umettò le labbra con la lingua. «È là dentro?»
«Sì, perfettamente al sicuro,» la rassicurò Svengaard.
Nutriva ancora la fievole speranza che i Durant potessero decidere di tornarsene a casa, e di attendere lì il risultato dell’operazione.
Harvey prese la mano della moglie, la accarezzò. «Ci è parso di capire che lei ha chiamato uno specialista,» disse.
«Il Dottor Potter,» rispose Svengaard. «È uno dei medici della Centrale.» Lanciò una rapida occhiata ai movimenti nervosi delle mani dei Durant, notando gli onnipresenti tatuaggi sull’indice che indicavano il genotipo. Pensò che adesso avrebbero potuto aggiungere la desideratissima "F" che conferiva il rango di individui fertili, e represse un improvviso moto di gelosia.
