
Si voltò, raggomitolandosi in aria e incrociando le braccia. — Il Sindacato degli Spaziali lo chiamerà schiavismo — disse alla fine.
— Il Sindacato gli darà anche nomi peggiori; la loro produttività al confronto sembrerà inesistente — borbottò Van Atta. — Sottigliezze di linguaggio. Questi scimmiotti sono coccolati dalla culla alla tomba. La GalacTech non potrebbe trattarli meglio nemmeno se fossero di platino. Avessimo anche noi un trattamento del genere, amico mio!
— Ah — si limitò a rispondere Leo.
CAPITOLO SECONDO
Leo fu molto felice di scoprire che la bolla di osservazione posta su di un lato dell’Habitat Cay era munita di un telescopio, e fortunatamente in quel momento pareva deserta. Nel suo alloggio infatti non c’erano oblò. Decise quindi di entrare. Il suo piano di lavoro prevedeva quella giornata libera per riprendersi dal viaggio e dallo sfasamento del balzo, prima dell’inizio del corso. Una buona notte di sonno in assenza di peso aveva già molto migliorato il suo umore dopo il «giro di disorientamento», in effetti non trovava altro modo per definirlo, che Van Atta gli aveva fatto compiere il giorno precedente.
La curva dell’orizzonte di Rodeo dominava la vista che si godeva dalla bolla e dietro di esso si profilava la distesa di stelle. Solo una delle piccole e livide lune di Rodeo era visibile in quello scenario. Lo sguardo di Leo venne attratto da un bagliore al di sopra dell’orizzonte.
Regolò il telescopio per ingrandire l’immagine. Una navetta della GalacTech stava portando in orbita una delle gigantesche capsule da carico, contenente prodotti petrolchimici raffinati o materiali plastici probabilmente diretti alla Terra ormai priva di petrolio. Una serie di capsule simili si trovava già in orbita. Leo le contò: una, due, tre… sei, e con quella che stava arrivando erano sette. Due o tre piccoli rimorchiatori con equipaggio stavano già collegando le capsule, che poi sarebbero state riunite insieme e assicurate ad una delle grandi unità di spinta.
