
Lo studente parlò, con un improvviso scatto di risentimento. — È stata quella stramaledetta macchina! — disse.
— Mi scusi, ma non la seguo. Quale macchina?
— Vede — disse Jackson, — avevo assolutamente bisogno di prendere un bel voto. Sapevo che se avessi fatto fiasco, con questo tema, sarei stato bocciato. E non posso permettermelo. Ce l’ho messa tutta, onestamente, ma non ci sono riuscito, e così mi sono rivolto alla macchina e…
— Glielo chiedo di nuovo — disse Lansing. — Che cosa c’entra una macchina con questa faccenda?
— È una slot machine — disse Jackson. — O meglio, sembra una slot machine, anche se penso che debba essere qualcosa d’altro. Non sono molti, quelli che la conoscono. Non sarebbe opportuno lasciare che diventi di dominio pubblico.
Guardò Lansing con aria implorante, e Lansing chiese: — Se questa macchina costituisce un segreto, perché me ne parla? Penserei, piuttosto, che dovrebbe cercare di cavarsela con un bluff. Se fossi coinvolto in un intrigo come quello cui sta accennando lei, starei ben zitto. Proteggerei gli altri.
Non credeva alla favola della slot machine, naturalmente; non poteva credere, neppure per un istante, che ci fosse qualcosa di vero. Cercava semplicemente di far pressione sull’uomo che gli stava seduto di fronte, nella speranza di riuscire, in un modo o nell’altro, a estorcergli la verità.
— Ecco, vede, signore, le cose stanno così — disse Jackson. — Forse penserà che sia uno stupido imbroglio o che abbia pagato qualcun altro per scrivere il saggio… non so, lei potrebbe pensare tante cose, e se le pensasse finirebbe per darmi un pessimo voto e, come le ho già spiegato, non posso permettermelo. Se vuole, posso spiegarle perché non resisto più. Ho i nervi a pezzi. Così ho pensato che se le avessi detto la verità… ecco, vede, spero di guadagnarci qualcosa dicendole la verità.
