"L’alchimista avrebbe già dovuto essere qui." Era solo uno scherzo crudele, o forse a quell’uomo era accaduto qualcosa? Non sarebbe certo stata la prima volta che la fortuna girava le spalle a Pate. Un tempo si era ritenuto fortunato a essere stato scelto per occuparsi dei corvi dell’anziano arcimaestro Walgrave. Non immaginava che ben presto avrebbe finito per portargli da mangiare, rassettare le sue stanze, vestirlo ogni mattina. Tutti dicevano che Walgrave aveva dimenticato dell’arte dei corvi ben più di quanto sapesse la maggior parte dei maestri, così Pate aveva pensato che come minimo avrebbe ricevuto un anello di ferro nero, ma poi aveva scoperto che Walgrave non glielo poteva concedere. Il vecchio rimaneva arcimaestro solo formalmente. Un tempo, certo, era stato un grande sapiente ma ora le sue tonache celavano biancheria sempre più spesso lordata dall’incontinenza. E sei mesi prima alcuni accoliti lo avevano trovato in lacrime nella Biblioteca, incapace di ritrovare la strada per ritornare nelle proprie stanze. Ora, dietro la maschera di ferro, al posto di Walgrave sedeva maestro Gormon, quello stesso Gormon che una volta aveva accusato Pate di furto.

Sull’albero di mele vicino al fiume, iniziò a cantare un usignolo. Un suono delicato, piacevole intermezzo fra le urla roche e il continuo gracchiare dei corvi di cui Pate si occupava tutto il giorno. I corvi bianchi conoscevano il suo nome, e lo ripetevano gli uni agli altri ogni volta che lo vedevano, "Pate, Pate, Pate", una nenia così ossessiva che gli veniva voglia di urlare. I grandi uccelli bianchi erano l’orgoglio dell’arcimaestro Walgrave. Alla sua morte, voleva che divorassero il suo corpo, ma Pate pensava che volessero far fuori anche lui.

Forse era l’effetto di quel sidro dannatamente forte — Pate non era andato alla locanda per bere, ma Alleras aveva voluto offrire per festeggiare il suo anello di rame, e il senso di colpa gli aveva messo sete — ma sembrava che l’usignolo ripetesse "ferro in oro, ferro in oro, ferro in oro".



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