Ed è questo anche il caso della Bujold. L'epica spaziale si costruisce su quello che Williamson definisce "il mito centrale della fantascienza": nello stesso modo in cui la guerra di Troia fornì ai Greci lo sfondo per raccontare le proprie origini e i propri valori culturali, così i racconti e i romanzi sulla conquista dello spazio narrano ai lettori di fantascienza le aspirazioni e le possibilità della razza umana. La forma epica di questi racconti celebra le eroiche imprese dell'umanità, rivolte a sottomettere quell'universo ostile che circonda un'accogliente oasi chiamata Terra.

Ogni opera si innesta in una diversa fase di questo mito. I romanzi di "Skylark" di E. E. Smith, per esempio, privilegiano i progressi del volo spaziale, mentre la trilogia della "Fondazione" di Asimov è situata nell'ultimo periodo di un futuro impero galattico, allorché l'umanità si è ormai dimenticata delle proprie origini terrestri. Gli autori che decidono di affrontare i vari aspetti sociali e politici tendono a situare le loro storie di colonizzazione interstellare dopo che i contatti con la Terra si sono perduti, quando ormai i singoli insediamenti hanno sviluppato culture e sistemi politici diversi da quelli originari. Nel momento in cui le varie colonie tentano faticosamente di ristabilire qualche contatto fra loro, emerge un conflitto fra i diversi valori di cui esse sono portatrici.

Questa è la fase in cui la Bujold ha scelto di ambientare i suoi romanzi. Gli esseri umani hanno colonizzato le stelle, ma da secoli non vi è più alcun contatto fra loro; nel caso di Barrayar, un "corridoio" nello spazio si è chiuso senza preavviso. Dal momento che proprio quel corridoio permetteva di viaggiare a velocità superiori a quella della luce, Barrayar ha dovuto affrontare una dura lotta per ricostruire la propria civiltà.



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