
Duny rise e gridò ancora il distico rimato che gli dava potere sulle capre. Quelle vennero ancora più vicine, affollandosi e spingendosi intorno a lui. All’improvviso ebbe paura delle loro robuste corna nervate e dei loro occhi strani e del loro strano silenzio. Cercò di liberarsi e di scappar via. Le capre corsero insieme a lui, tenendolo al centro, e così finalmente piombarono nel villaggio: tutte le capre procedevano ammucchiate insieme, come se qualcuno avesse tirato una corda intorno a loro, e il bambino, là nel mezzo, piangeva e gridava. Gli abitanti uscirono dalle case, imprecando contro le capre e ridendo del ragazzino. Tra gli altri venne anche la zia, che non rise. Disse una parola alle capre e quelle, liberate dall’incantesimo, cominciarono a belare e a brucare e a vagare qua e là.
— Vieni con me — disse la zia a Duny.
Lo condusse nella capanna, dove viveva sola. Di solito non lasciava mai entrare i bambini, e i bambini avevano paura di quel luogo. Era una capanna bassa e buia, priva di finestre, fragrante delle erbe che stavano appese a seccare alla trave del tetto: menta e aglio selvatico e timo, e millefoglie e ruta e paramal, agrifoglio reale, tanaceto e alloro. La zia si sedette a gambe incrociate accanto al focolare, e guardando in tralice il bambino attraverso le ciocche tutte aggrovigliate dei neri capelli gli chiese cos’aveva detto alle capre e se sapeva cos’era quel distico. Quando scoprì che non sapeva nulla eppure aveva incantato le capre che l’avevano seguito, pensò che doveva avere in sé i germi del potere.
Come figlio di sua sorella non era stato niente per lei, ma adesso lo guardava con occhi nuovi. Lo elogiò e gli disse che avrebbe potuto insegnargli distici che gli sarebbero piaciuti di più, come la parola che costringe una chiocciola ad affacciarsi dal guscio o il nome che fa discendere un falco dal cielo.
