Selver era in una piccola stanza a Eshsen. La porta non era chiusa a chiave, ma Selver sapeva che se l’avesse aperta ne sarebbe venuto qualcosa di male. Finché l’avesse tenuta chiusa, tutto sarebbe stato a posto. Ma c’erano dei giovani alberi, un frutteto composto di arboscelli piantati davanti alla casa; non erano alberi di melo o di noce, ma di qualche altra razza, e lui non ricordava di che razza fossero. Uscì dalla stanza per accertarsene. Erano tutti sparsi sul terreno, spezzati e sradicati. Raccolse il ramo argenteo di uno degli alberi, e dall’estremità spezzata cadde una goccia di sangue. No, non qui, non un’altra volta, Thele, disse. Oh, Thele, vieni a me prima della tua morte! Ma lei non venne.

Laggiù c’era solo la sua morte, la betulla spezzata, la porta spalancata. Selver si volse indietro e ritornò rapidamente nella casa, scoprendo che era costruita al disopra del suolo, come una casa degli umani, ed era molto alta e piena di luce. Al di là dell’altra porta, all’altro capo della stanza dal soffitto alto, c’era la lunga strada della città degli umani: Centrale.

Selver aveva la pistola nella cintura. Se Davidson fosse giunto, avrebbe potuto sparargli. Attese, fermo sulla soglia della porta aperta, e si guardò intorno, alla luce del sole. Davidson giunse: era enorme, correva così velocemente che Selver non riusciva a tenerlo entro il mirino dell’arma, mentre passava follemente da una parte all’altra dell’ampia strada, molto veloce, sempre più vicino.

La pistola pesava. Selver fece fuoco, ma dall’arma non uscì alcun fuoco, e lui, in preda alla rabbia e alla disperazione, gettò via la pistola e con essa il sogno.

Disgustato e depresso, sbuffò e scosse il capo.

— Un sogno cattivo? — s’informò Ebor Dendep.



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