
“Che assurdità” pensò appoggiando le mani al parapetto, le onde dell’oceano che ruggivano sotto di lui, la nera pietra scabra al tocco delle sue dita. “Doccioni che parlano e profezie nel cielo. Un uomo così vecchio che si spaventa come un bambino.” Forse che un’intera esistenza di saggezza conquistata con dura fatica fosse svanita insieme alla sua salute e al suo vigore? Che cosa era mai diventato — lui, un maestro educato e investito nella grande Cittadella di Vecchia Città — se permetteva alla superstizione di riempirgli la mente come a un contadino ignorante?
Eppure… eppure… ora la cometa era visibile anche in pieno giorno. Il chiarore della sua chioma filtrava attraverso i vapori lividi che si levavano dalle roventi bocche eruttive del monte del Drago. E il giorno prima, proprio il giorno prima, un corvo bianco aveva portato il messaggio direttamente dalla Cittadella. Quel messaggio atteso ormai da lungo tempo — ma non per questo meno carico di minacce — che annunciava l’imminente fine dell’estate.
Presagi, certo, tutti quanti. Troppi, però, per essere ignorati. “Qual è il significato di tutto ciò?” Maestro Cressen avrebbe voluto abbandonarsi al pianto.
«Maestro, abbiamo visite.» Pylos parlò in tono sommesso, quasi temendo di disturbare le sue solenni meditazioni. Se avesse immaginato quali tarli riempivano la testa del vecchio, avrebbe sicuramente gridato. «La principessa vorrebbe vedere il corvo bianco.»
Preciso come sempre, Pylos adesso la chiamava “principessa”, poiché il lord suo padre era ormai re. Re di una montagna fumante sperduta in mezzo al grande mare salato. E tuttavia, pur sempre un re.
«C’è il suo giullare con lei» aggiunse Pylos.
L’anziano maestro voltò le spalle all’alba, una mano in appoggio sul grifone per mantenersi eretto. «Aiutami a sedermi e poi falli entrare.»
