Rooter parve capire quali esitazioni vi fossero dietro il silenzio di Pipo.

— Tu non ci dici mai niente — osservò. — Voi ci guardate, ci studiate, ma non ci lasciate mai oltrepassare il recinto ed entrare nel vostro villaggio per guardare voi, per studiare voi.

Pipo intuì la necessità di una risposta onesta, ma la cautela era molto più importante dell’onestà. — Se è vero che voi apprendete così poco mentre noi impariamo tanto, perché mai voi sapete parlare sia il portoghese che lo stark, e io invece stento ancora a capire la vostra lingua?

— Noi siamo più intelligenti. — Detto questo, Rooter si appoggiò sulle natiche e girò su se stesso volgendo le spalle a Pipo. — Torna dietro il tuo recinto — disse.

L’uomo si alzò subito. Non molto distante da lì, chino accanto a tre pequeninos, Libo stava cercando di annotarsi la tecnica con cui intrecciavano fibre secche di nerdona per costruire tetti di stuoie. Appena vide il padre muoversi, il ragazzo s’affrettò a raggiungerlo. Pipo si limitò a farsi seguire da lui con un cenno del capo. Da quando avevano compreso quale padronanza i pequeninos avessero delle lingue umane, evitavano di parlare di loro finché non erano di nuovo fuori dalla boscaglia.

Per rientrare occorse loro mezz’ora di cammino, e stava piovendo forte quando oltrepassarono il cancello e s’avviarono lungo il costone della collina verso la Stazione Zenador. Zenador? pensò Pipo, quando lo sguardo gli cadde sulla porta. Il battente recava una targa con la parola XENOLOGIA scritta in stark. E sui Cento Mondi io sono, o si suppone che sia, uno xenologo. Ma il titolo portoghese Zenador era tanto più facile da pronunciare che raramente su Lusitania la gente diceva Xenologo, anche quando parlava in stark.



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