
IV
IL FIUME HATRACK
Vigor e gli altri ragazzi si misero dietro il carro a spingere, mentre Eleanor a cassetta incitava i cavalli. Alvin Miller, intanto, era impegnato nel tentativo di portare le bambine una alla volta al sicuro sull’altra sponda. La corrente era un diavolo che lo artigliava mormorando: mi prenderò le tue bambine, me le prenderò tutte, ma Alvin disse di no con ogni muscolo del suo corpo mentre avanzava faticosamente verso la riva, disse di no a quel mormorio, finché le bambine non furono sulla sponda, inzuppate da capo a piedi, con la pioggia che rigava loro il viso come le lacrime di tutto il dolore del mondo.
Avrebbe portato sulla riva anche Faith, col pancione e tutto, ma lei non volle sentir ragioni. Seduta dentro il carro, si aggrappava ai bauli e ai mobili mentre il fragile veicolo tremava e beccheggiava. Un fulmine cadde con un fragore assordante, spezzando alcuni rami; uno di questi cadendo strappò il telone del carro, e l’acqua cominciò a riversarsi all’interno, ma Faith, con le nocche sbiancate e gli occhi sbarrati, non volle saperne di mollare la presa. Da quel suo sguardo Alvin capì che non avrebbe potuto convincerla in nessun modo a lasciar perdere. C’era un solo modo per far uscire Faith e il nascituro da quel fiume, e cioè tirare il carro fuori di lì.
«I cavalli non riescono a trovare un punto d’appoggio, papà» urlò Vigor. «Non fanno che inciampare, e prima o poi uno di loro si romperà una gamba».
«Be’, non possiamo venirne fuori senza i cavalli!»
«I cavalli sono pur sempre qualcosa, papà. Se continuiamo a tenerli attaccati, perdiamo loro e il carro!»
