— Io avevo sempre pensato che fossero canali di scolo… ma potrebbero essere tutte e due le cose. Chissà se ha mai piovuto qua dentro?

— Può darsi — disse Mercer. — Ma Joe ha ragione, e al diavolo la dignità. Pronti, via!

La ringhiera, progettata per essere impugnata da qualcosa simile alle mani, era una sbarra piatta di metallo sorretta da pilastrini molto spaziati e alti un metro. Mercer vi salì a cavalcioni calcolando la potenza di frenata che poteva esercitare con le mani, e poi si lasciò scivolare.

La discesa nel buio, illuminato solo dalla lampada del casco, procedette senza intoppi a velocità sempre maggiore. Dopo aver percorso una cinquantina di metri disse agli altri di raggiungerlo.

Sebbene nessuno volesse confessarlo, si sentivano tornati ragazzi, quando si divertivano a scivolare lungo le ringhiere delle scale. In meno di due minuti percorsero senza fatica un chilometro. Quando la velocità aumentava troppo, bastava stringere più forte la ringhiera con le mani per rallentare.

— Spero che vi divertiate — disse alla radio Norton quando furono arrivati alla seconda piattaforma. — La risalita non sarà altrettanto facile.

— Voglio provare — disse Mercer che stava camminando avanti e indietro per constatare gli effetti della forza di gravità in aumento. — Qui siamo già a un decimo di g. Si nota la differenza.

Camminò, o meglio slittò fino all'orlo della piattaforma dirigendo la luce del casco sulla seconda rampa della gradinata. Almeno fin dove arrivava la luce sembrava identica alla precedente, anche se gli accurati esami delle fotografie avevano dimostrato che l'altezza dei gradini diminuiva in modo inversamente proporzionale all'aumento della forza di gravità. La gradinata era stata concepita in modo che lo sforzo richiesto per salire fosse più o meno costante in qualsiasi punto.

Mercer alzò gli occhi verso il mozzo di Rama, che ora si trovava due chilometri più in alto.



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