«Insomma, per farla breve, modellammo un tronco a forma di ariete e sfondammo la porta murata, tutto per bene, convinti di raccogliere le ossa della vecchia e di consegnare la casa al nuovo proprietario.» L’alcalde si fermò e scoppiò a ridere, rovesciando la testa all’indietro. La sua risata aveva qualcosa di spettrale, ma forse era dovuto al fatto che il chiasso della folla intorno la attutiva.

— Non era morta la vecchia? — domandai.

— Dipende da quello che intendi. Posso dire una cosa… una donna rimasta chiusa in un luogo buio per lungo tempo può diventare molto strana, esattamente come sono strane le cose che si ritrovano nel legno marcio, fra i grandi alberi. Qui a Saltus siamo quasi tutti minatori e siamo abituati a tali stranezze, ma quella volta scappammo a prendere le torce. Ecco, a quella cosa non piaceva la luce, e nemmeno il fuoco.

Jonas mi toccò la spalla indicandomi un movimento in mezzo alla folla. Alcuni uomini dall’aria decisa si stavano facendo largo in fondo alla strada. Nessuno di loro indossava elmo o corazza, ma molti erano muniti di giavellotti e gli altri di bastoni fasciati di bronzo. Mi fecero venire in mente le guardie volontarie che tanto tempo prima avevano lasciato entrare nella necropoli me, Drotte, Roche ed Eata. Dietro di loro comparvero quattro uomini che sorreggevano il tronco a cui aveva accennato l’alcalde, un tronco ruvido del diametro di circa due spanne e lungo sei cubiti.

Li accolse un’esclamazione soffocata della folla, subito seguita da voci più alte e da qualche applauso amichevole. L’alcalde si congedò e andò a dirigere le operazioni. Innanzitutto ordinò agli uomini armati di bastone di tenere libero un certo spazio intorno alla porta della casa murata e quando si avvide che io e Jonas ci avvicinavamo per vedere meglio, usò la sua autorità per costringere la folla a lasciarci passare.



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