
— Non ti agitare. Sta’ calmo.
Il volto dell’addetto all’ascensore pendeva su di lui come una lanterna cinese: un volto pallido, incorniciato di capelli grigi.
— È la radiazione — volle spiegare, ma Mannie non capì e si limitò a ripetere: — Non ti agitare.
Era di nuovo nella sua stanza, sdraiato sul letto.
— Bevuto?
— No.
— Qualche droga?
— Nausea.
— Cosa hai preso?
— Non ho trovato quella giusta — fece, e intendeva dire che aveva cercato di chiudere la porta da cui vengono i sogni, ma che nessuna delle chiavi entrava nella serratura.
— Adesso viene il dottore del quindicesimo piano — gli giunse la voce di Mannie, debole, sovrastata dal brontolio della risacca.
Si dibatteva e faceva fatica a respirare. C’era uno sconosciuto, seduto sulla sponda del letto; teneva in mano una siringa da iniezioni e lo fissava.
— Ha fatto effetto — disse; — si riprende. — E a lui: — Ti fa un male del diavolo, vero? Sopporta. Si prova sempre un male del diavolo, dopo. Le hai prese tutte in una volta? — Mostrò sette bustine plastificate, di quelle della farmacia automatica. — Brutta roba: barbiturici e dexedrina. Cosa volevi fare, ucciderti?
