Entrambe le immagini erano immobili. Avrebbero potuto apparire delle scene morte, poiche rappresentavano degli istanti matematici del Tempo.

Una immagine era in nitidi colori naturali; rappresentava la sala macchine di quella che Harlan sapeva essere un'astronave sperimentale. Una porta si stava chiudendo, e nella fessura che rimaneva era appena visibile una scarpa scintillante di un materiale rosso e semitrasparente. Era immobile. Tutto era immobile. Se l'immagine fosse stata tanto nitida da mostrare i granelli di polvere sospesi nell'aria, anch'essi sarebbero apparsi immobili.

Voy disse:

«La sala macchine restera vuota per due ore e trentasei minuti, dopo l'istante visualizzato. Questo nella Realta attuale, naturalmente.»

«Lo so,» mormoro Harlan. Stava infilando i guanti, e i suoi occhi stavano gia fissando nella mente la posizione del recipiente critico nel suo scaffale, misurando i passi necessari per raggiungerlo, valutando la posizione migliore nella quale trasferirlo. Lancio una rapida occhiata all'altro schermo.

Se la sala macchine, che si trovava nel campo definito «presente» rispetto alla Sezione d'Eternita nella quale essi si trovavano, appariva nitida e nei colori naturali, l'altra scena, che si trovava a circa venticinque Secoli nel «futuro», aveva la lucentezza azzurra tipica di tutte le visioni del «futuro».

Era un astroporto. Un cielo di un azzurro profondo, degli edifici azzurrini di nudo metallo su una terra verde-azzurra. Un cilindro azzurro di strana fattura, dalla base a bulbo, si ergeva in primo piano. Sullo sfondo, erano ritti altri due cilindri bulbosi. Tutti e tre puntavano verso il cielo delle punte divise da una scanalatura che giungeva nelle profondita delle astronavi.



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