
Usciva, finalmente, ma stava fuori il tempo necessario a far calare la pressione idraulica nel suo corpo. Quando tornava, il ghiaccio rappreso intorno alle zampe risuonava sul pavimento di legno, come se lui calzasse minuscoli zoccoli, e Pete mi lanciava occhiate di fuoco, rifiutandosi di fare le fusa finché non riusciva a leccare via tutto. Dopo di che mi perdonava, fino alla prossima volta.
Con tutto questo non rinunciava mai alla sua ricerca di una Porta che si aprisse sull’Estate.
Il 3 dicembre 1970 anch’io stavo cercando quella porta.
La mia ricerca era disperata quasi quanto lo era stata quella di Pete nel lontano gennaio passato nel Connecticut. La poca neve della California era tutta sulle montagne più alte, a disposizione degli sciatori, e non in pianura, nella città di Los Angeles. Ma l’inverno era nel mio cuore.
Non stavo male, a parte i postumi di una sbornia solenne. Avevo appena passato la trentina, ed ero nel pieno del mio vigore. La polizia non mi ricercava, nessun marito mi dava la caccia, e non avevo niente di tanto grave che non potesse venir curato ricorrendo a una leggera forma di amnesia. Ma c’era l’inverno nel mio cuore, e io cercavo la Porta sull’Estate.
Se avete l’impressione che io sia il tipo che versa fiumi di commiserazione su se stesso, non sbagliate affatto. Su questo pianeta c’erano almeno due miliardi di persone che stavano peggio di me, ma io cercavo la Porta sull’Estate.
Quasi tutte quelle che avevo provato negli ultimi tempi erano porte girevoli, come quella che avevo davanti adesso e su cui spiccava la scritta Bar Sans Souci. La spinsi, andai a sedermi in un separé sul fondo, e posai la borsa sul sedile, accanto a me, in attesa del cameriere.
