Ero sulla buona strada quando ci siamo parlati l’ultima volta. Avevo appena debuttato a San Francisco, in un concerto dal vivo, il primo per me e per il mio complesso di mortali. Il nostro album era stato un trionfo. La mia autobiografìa aveva un discreto successo tra i morti e i non morti.

Quando accadde qualcosa di assolutamente imprevisto. Ecco, almeno io non l’avevo previsto affatto. E quando vi ho lasciati, ero per così dire appeso sul ciglio del proverbiale abisso.

Bene, ora è finito tutto… quello che ne seguì. Sono sopravvissuto, evidentemente. Altrimenti non starei qui a parlare con voi. E su questa storia si è posata la polvere cosmica; il piccolo strappo nel tessuto delle credenze razionali del mondo è stato rammendato o almeno chiuso.

A causa di tutto questo io sono diventato più triste e un po’ più cinico, ma anche più coscienzioso. E sono infinitamente più potente, anche se l’umano che è in me è più vicino che mai alla superfìcie: un essere angosciato e affamato che ama e detesta l’invincibile involucro immortale in cui è racchiuso.

La sete di sangue? Insaziabile, anche se fisicamente non ho mai avuto bisogno del sangue meno di adesso. Forse potrei farne a meno, ormai. Ma il desiderio che provo per tutto ciò che cammina mi dice che non avrò mai modo di farne la prova.

Sapete, non lo facevo per il solo bisogno del sangue, anche se il sangue è quanto di più sensuale una creatura possa desiderare; è l’intimità del momento… bere, uccidere… la grande danza cuore a cuore che avviene quando la vittima s’indebolisce e io mi sento espandere, assimilo la morte che, per una frazione di secondo, sfolgora immensa come la vita.



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