Jackson si sentì soffocare dalla pietà. Lei appariva così agitata, così inutilmente indignata, davanti a quella non-notizia vecchia e per nulla sconvolgente. La sua pietà, tuttavia, era intrecciata all’inquietudine. Non appena Theresa aveva pronunciato la parola "malvagio", Jackson aveva avuto un flash improvviso di Ellie Lester, più alta di lui, che mostrava i denti in preda alla furia che non poteva permettersi di far trapelare nella linea ufficiale medica. Lei era apparsa malvagia, una malvagia, bella gigantessa e, nella morsa dell’allucinogeno, Jackson poté ammettere quello che aveva negato in precedenza: lui l’aveva voluta. Anche se lei non era stata realmente malvagia ma soltanto avida; non veramente bella ma soltanto ovvia. E non più gigante dell’ologramma in miniatura del Vequod che affondava accanto ai pesci d’oro morti nella vasca dell’atrio.

Spostò a disagio il peso sulla sedia e bevve un altro sorso della bevanda.

— È malvagio negare l’esistenza della mente — stava dicendo Theresa. — Figuriamoci poi l’anima.

— Tessie…

Lei si sporse in avanti, una chiazza pallida e indistinta nell’oscurità, con la voce prossima alle lacrime. — "È malvagio", Jackson. Noi non siamo soltanto sensori, processori e cablaggi, come i robot. Siamo umani, tutti noi.

— Calmati, tesoro. Era soltanto una frase scritta moltissimo tempo fa. Dati ammuffiti in un vecchio file.

— Allora la gente oggi non crede più che sia vero? I medici non ci credono?

Certo che ci credevano. Soltanto Theresa poteva restare così sconvolta per un’affermazione standardizzata vecchia settantacinque anni, basata su altre standardizzazioni vecchie duecento anni.

— Tessie, piccola…

— Noi abbiamo "anime", Jackson!

Un’altra voce: — Oh, Cristo, non un’altra sparata sulle anime!

Lei entrò sorridendo, canzonando, riempiendo la grande sala con la sua ancor più grande presenza da un metro e cinquanta e dall’estrema vitalità.



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