Ursula Le Guin

La salvezza di Aka

Il mio primo errore l’ho fatto il giorno che sono nato,

e da allora non ho mai smesso

di cercare la saggezza su questo cammino.

MAHABHARATA

Uno

Quando Sutty tornava sulla Terra di giorno, era sempre al villaggio. Di notte, era nella Riserva.

Il giallo dell’ottone, il giallo della pasta di curcuma e del riso cotto con lo zafferano, l’arancione delle calendule, l’opaca foschia aranciata del pulviscolo del tramonto sopra i campi, rosso henné, rosso passiflora, rosso sangue secco, rosso fango: tutti i colori della luce del sole durante il giorno. Una zaffata di assafetida. Il mormorio d’acqua di ruscello di Zietta che chiacchierava con la madre di Moti nella veranda. La mano scura di zio Hurree immobile su una pagina bianca. Il benevolo occhietto porcino di Ganesh. Un fiammifero acceso, e l’intensa voluta grigia di fumo d’incenso: penetrante, vivido, dissolto. Fragranze, immagini fuggevoli, echi che le vagavano o le baluginavano nella mente quando camminava nelle strade, o mangiava, o si concedeva un attimo di sosta sottraendosi all’aggressione sensoriale dei quasiveri che doveva subire, di giorno, sotto l’altro sole.

Ma la notte era uguale su qualsiasi mondo. L’assenza di luce non era altro che quello. E nell’oscurità, lei si trovava nella Riserva. Non in sogno, mai in sogno. Sveglia, prima di dormire o quando si svegliava dal sogno, turbata e tesa, e non riusciva a riaddormentarsi. Una scena cominciava a manifestarsi, non in dolci e vividi frammenti, ma nel ricordo completo di un luogo e di un arco di tempo; e una volta iniziati i ricordi, lei non poteva fermarli. Doveva riviverli finché non l’abbandonavano. Forse era una specie di punizione, simile a quella degli amanti nell’Inferno dantesco, ricordare il tempo felice. Ma quegli amanti erano fortunati, ricordavano insieme.



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