
Restò immobile ancora per un minuto, ad ascoltare il mormorio dell’acqua sulle pietre e a guardare i rami immobili contro il cielo serotino; e poi si avviò per tornare indietro, lungo lo stesso percorso da cui era arrivato, su per il sentiero fra gli alti arbusti e il pino. Il sentiero era scosceso e buio, all’inizio; poi divenne pianeggiante, fra i boschi radi. Era facile seguirlo, anche se le braccia spinose delle piante di more lo fecero incespicare un paio di volte, nell’oscurità che si infittiva rapidamente. Un vecchio fosso, invaso dall’erba, poco più di un corrugamento o una grinza nel terreno, segnava il limitare del bosco; più oltre c’erano i campi. E al di là dei campi, in lontananza, c’erano i rapidi, bizzarri guizzi luminosi dei fari delle macchine, sulla superstrada. Sulla destra c’erano luci stazionarie. Hugh si avviò in quella direzione, attraverso i campi d’erba arida e di zolle dure, e finalmente arrivò su un’altura, sulla quale correva una strada di ghiaia. C’era un grande edificio illuminato, sulla sinistra presso la superstrada; più avanti, nell’altra direzione, c’erano due fattorie, o almeno sembrava. Nell’aia d’una fattoria c’era un riflettore, e Hugh si avviò da quella parte, sentendosi sicuro che era di là che doveva andare: lungo quella strada che passava tra le fattorie. Al di là dei cimiteri delle macchine e dei cani che abbaiavano c’era un tratto buio di filari d’alberi, e poi il primo lampione, l’estremità di Chelsea Gardens Place, che portava a Chelsea Garden Avenue, e poi nel cuore del quartiere residenziale. Hugh seguì il ricordo inconscio della direzione che aveva percorso correndo, e via dopo via ritornò infallibilmente a Kensington Heights, a Pine View Place, a Oak Valley Road, e alla porta del numero 14067 1/2 — C Oak Valley Road: che era chiusa.
