Lui salì di corsa al piano degli uffici e restò ad ansimare qualche momento fuori dalla porta, in bilico fra l’urgenza di ritrovare la sua dignità di rappresentante del Centro e la scortesia del far aspettare un cliente. Poi inalò un lungo respiro che non aveva nulla a che fare col suo galoppo su per le scale, si dipinse sulla faccia un sorriso cordiale e aprì la porta dove la scritta Dr. Ethan Urquhart — direttore del Reparto Riproduzione Biologica risaltava in lettere dorate sulla superficie di plastica bianca.

— Fratello Haas? Io sono il dottor Urquhart. No, no… non si alzi, la prego. Resti comodo — aggiunse, mentre l’uomo scattava in piedi nervosamente salutandolo con un cenno del capo. Ethan lo aggirò per andare dietro la sua scrivania, dove ebbe l’impressione assurda di essere più al sicuro.

L’uomo era grosso come un orso, con la faccia arrossata dai lunghi giorni trascorsi al sole e al vento. Le sue mani, che giravano e rigiravano il berretto, erano robuste e callose. Dopo aver scrutato Ethan commentò con voce rombante: — Mi aspettavo un medico più anziano.

Lui si passò le dita sul mento glabro, poi si rese conto di quel gesto e abbassò subito la mano. Se solo avesse portato la barba, o magari anche i baffi, la gente avrebbe smesso di prenderlo per un ventenne malgrado il suo metro e ottantacinque di statura. Fratello Haas aveva un’ispida barba di due settimane, cortissima a paragone dei lussureggianti mustacchi che lo proclamavano — evidentemente da molto tempo — genitore alternativo. Un solido cittadino.

Ethan fece un sospiro. — Si accomodi, prego. — E ripeté il cenno.

L’uomo sedette sul bordo della sedia, stringendo il berretto quasi in gesto di supplica. L’abito che indossava, probabilmente il suo unico vestito buono, era fuori moda e un po’ liso, ma lavato e stirato con cura; Ethan si chiese quanto avesse dovuto sfregarsi le mani con la spazzola, quel mattino, per riuscire a togliersi così bene ogni granello di polvere da sotto quelle unghie cornee.



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