
L’uomo scosse il capo, guardando la fontana.
— E tutti i nomi…
— Tutti i nomi? Soltanto Segoy, che pronunciò la Prima Parola facendo sorgere tutte le isole dal profondo del mare, conosceva tutti i nomi. — Lo sguardo vivido e ardente si fissò sul volto di Arren. — Certo, se mi fosse necessario conoscere il tuo nome lo conoscerei. Ma non è necessario. Ti chiamerò Arren; e io sono Sparviero. Dimmi, com’è stato il viaggio che ti ha condotto qui?
— Troppo lungo.
— I venti erano contrari?
— I venti erano propizi, mio signore Sparviero, ma le notizie che porto sono nefaste.
— E allora dille — invitò in tono grave l’arcimago, ma come se accondiscendesse all’impazienza di un bambino; e mentre Arren parlava, guardò ancora il velo cristallino di gocciole d’acqua che cadevano dalla vasca superiore a quella inferiore, non già come se non ascoltasse ma come se ascoltasse qualcosa di più delle parole del ragazzo.
— Tu sai, mio signore, che il principe mio padre è un mago, poiché appartiene alla stirpe di Morred e in gioventù ha trascorso un anno qui a Roke. Possiede un certo potere e una certa conoscenza, sebbene usi raramente le sue arti poiché è troppo preso dal governo del suo reame, delle città e del commercio. Le flotte delle nostre isole si avventurano verso l’orizzonte fino allo Stretto Occidentale, per acquistare zaffiri e pelli di bue e stagno, e all’inizio dell’inverno un capitano è ritornato alla nostra città, Berila, e ha raccontato in giro una storia che è giunta fino agli orecchi di mio padre; e lui l’ha mandato a chiamare perché gliela ripetesse. — Il ragazzo parlava rapidamente, in tono sicuro. Era stato educato tra genti civili e raffinate, e non aveva la solita timidezza vergognosa dei giovani.
— Il capitano ha detto che sull’isola di Narveduen, situata all’incirca a cinquecento miglia da noi, verso occidente, sulle rotte delle navi, non c’è più magia.
