
«Ah,» esclamò l’uomo, con gli occhi neri che brillavano per l’interesse.
«E una radio Victrola del 1920 adattata a mobiletto per i liquori.»
«Ah.»
«E ascolti, signore: una fotografia incorniciata di Jean Harlow, con dedica.»
L’uomo sgranò gli occhi.
«Vogliamo accordarci?» disse Childan, rendendosi conto che era il momento psicologicamente adatto. Estrasse dalla tasca interna della giacca una penna e un taccuino. «Prenderò il vostro nome e indirizzo, signori.»
Dopo, mentre la coppia usciva dal negozio, Childan rimase in piedi con le mani dietro la schiena, a guardare la strada. Gioia. Se tutti i giorni fossero come quello… ma era ben più di una questione di affari, del buon andamento del suo negozio. Era l’occasione per conoscere socialmente una giovane coppia giapponese, che lo accettava come uomo invece che come yank o, nel migliore dei casi, come un commerciante che vendeva oggetti artistici. Sì, questi due giovani, della generazione emergente, che non ricordavano i giorni prima della guerra, e nemmeno la guerra stessa… erano loro la speranza del mondo. La diversa provenienza non aveva nessun significato, per loro.
Finirà, pensò Childan. Prima o poi. L’idea stessa della provenienza. Non governanti e governati, ma persone.
Eppure tremava dalla paura, immaginandosi mentre bussava alla loro porta. Controllò i suoi appunti. I signori Kasoura. Sarebbe stato ricevuto, e certamente gli avrebbero offerto del tè. Lui si sarebbe comportato nel modo giusto? Avrebbe saputo come muoversi, come parlare, in ogni momento? O sarebbe caduto in disgrazia, come un animale, commettendo qualche sciagurato passo falso?
La ragazza si chiamava Betty. Quanta comprensione nel suo volto, pensò Childan. Occhi gentili, in grado di capire. Senza dubbio, anche nel breve tempo che si era trattenuta nel negozio, lei aveva colto l’immagine delle sue speranze e delle sue sconfitte.
