Arthur C. Clarke

Le guide del tramonto

(Childhood’s End, 1953)

traduzione di Giorgio Monicelli.

PROLOGO

Il vulcano che aveva tratto Taratua dalle profondità del Pacifico dormiva ormai da mezzo milione d’anni. Pure, fra non molto, pensava Reinhold Hoffmann, l’isola sarebbe stata avvolta da fiamme più ardenti di quelle che avevano battezzato la sua nascita. L’uomo volse lo sguardo verso la base di lancio e percorse con gli occhi l’impalcatura che circondava il «Columbus». A settanta metri dal suolo, la prua dell’astronave si bagnava negli ultimi raggi del sole al tramonto. Quella era una delle ultime notti che essa avrebbe conosciuto: tra breve sarebbe stata sospesa nella luce del sole che splende eternamente nello spazio interplanetario.

Si stava bene lì, sotto le palme che crescevano alte lungo una linea ideale che percorreva l’isola longitudinalmente. Gli unici rumori che venivano dalla base del Progetto erano il ronzio di un compressore o la voce di un tecnico. Reinhold era sempre stato orgoglioso di quelle palme, e quasi ogni sera andava lì a sorvegliare il suo piccolo regno. Lo rattristava l’idea che i suoi alberi sarebbero stati ridotti in cenere quando il «Columbus» si sarebbe alzato su una furia di fuoco per salire alle stelle. A due chilometri dai frangenti, la «James Forrestal» aveva acceso i riflettori, e i potenti fasci di luce bianchissima spazzavano le acque nere. Il sole era scomparso del tutto, ora, e la veloce notte dei tropici precipitava la sua corsa da oriente. Reinhold si chiese, sarcastico, se la portaerei si aspettava di trovare sub russi così vicini alla costa. Il pensiero della Russia gli ricordò, come sempre, Konrad e quel mattino della catastrofica primavera del 1945. Erano passati più di trent’anni, ma il ricordo di quegli ultimi giorni, quando il Reich cadeva in rovina sotto le ondate che lo investivano da oriente e da occidente, non si era mai offuscato.



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