
Una volta chiese: — Cosa fece la… la madre, quando andarono a portar via la bambina?
Però Manan non lo sapeva: non aveva accompagnato le sacerdotesse in quell’ultimo viaggio.
E lei non riusciva a ricordare. A cosa serviva ricordare? Era perduto, tutto perduto. Era giunta dove doveva giungere. Di tutto il mondo, lei conosceva solamente un luogo: il Luogo delle Tombe di Atuan.
Durante il primo anno, aveva dormito nel grande dormitorio insieme alle altre novizie, bambine tra i quattro e i quattordici anni. Già allora Manan era stato prescelto tra i dieci custodi come suo guardiano particolare; e lei aveva il letto in una piccola alcova, parzialmente separata dallo stanzone lungo e basso nella Casa Grande, dove le ragazzine ridacchiavano e bisbigliavano prima di addormentarsi, e sbadigliavano e s’intrecciavano i capelli a vicenda nella grigia luce del mattino. Da quando le era stato tolto il nome e lei era divenuta Arha, dormiva nella Casa Piccola, nel letto e nella stanza che sarebbero stati il suo letto e la sua stanza per tutto il resto della sua vita. Quella casa era sua, la casa dell’Unica Sacerdotessa, e nessuno poteva entrarci senza il suo permesso. Quando era ancora piccola, le piaceva sentire la gente che bussava umile alla sua porta, e rispondere: «Puoi entrare»; e la irritava che le due somme sacerdotesse Kossil e Thar dessero per scontato il suo permesso ed entrassero nella sua casa senza bussare.
I giorni passavano, gli anni passavano, tutti uguali. Le fanciulle del Luogo delle Tombe trascorrevano il tempo fra studi e discipline. Non giocavano mai. Non c’era tempo, per giocare. Imparavano i canti sacri e le sacre danze, la storia delle terre di Kargad, e i misteri degli dèi cui erano votate: il re-dio che regnava ad Awabath, o gli dèi fratelli Atwah e Wuluah. Tra tutte, soltanto Arha apprendeva i riti dei Senza Nome, che le venivano insegnati esclusivamente da Thar, la somma sacerdotessa degli dèi gemelli.
