Dietro il palazzo, intorno alla cresta della collina, si stendeva un massiccio muro di pietra a secco, che in molti punti era parzialmente crollato. All’interno dell’anello di quel muro, parecchie pietre nere, alte sei o sette braccia, si ergevano spuntando come dita dalla terra. Appena l’occhio le scorgeva, continuava a ritornarvi. Erano cariche di significato, eppure era impossibile dire cosa significassero. Erano nove in tutto. Una era eretta, le altre più o meno inclinate, due erano cadute. Erano incrostate di licheni grigi e arancione, come se fossero chiazzate di vernice: tutte tranne una che era nuda e nera, con una specie di lucentezza opaca. Era liscia e levigata, e sulle altre, sotto l’incrostazione di licheni, si potevano scorgere, o sentire con le dita, incisioni vaghe: forme, segni. Quelle nove pietre erano le Tombe di Atuan. Erano lì, si diceva, fin dai tempi dei primi uomini, fin da quando era stato creato Earthsea. Erano state piantate nelle tenebre, quando la terraferma s’era innalzata dagli abissi dell’oceano. Erano molto più antiche dei re-dèi di Kargad, più antiche degli dèi gemelli, più antiche della luce. Erano le tombe di coloro che avevano regnato prima che esistesse il mondo degli uomini, coloro che non avevano nome; e colei che li serviva non aveva nome.

Lei non vi andava spesso, e nessun altro metteva mai piede nel recinto in cui sorgevano, sull’altura entro il muro di roccia dietro il palazzo del trono. Due volte l’anno, al plenilunio più prossimo agli equinozi di primavera e d’autunno, veniva compiuto un sacrificio davanti al trono, e lei usciva dalla bassa porta posteriore della sala reggendo un grande bacile di bronzo colmo di fumante sangue di capro; e doveva versarlo metà ai piedi della pietra nera eretta e metà su una delle pietre cadute che giacevano semisepolte nel terreno sassoso, macchiate dalle offerte cruente dei secoli.



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