— Come dirle… Ho degli accordi con una casa editrice, che si è dimostrata interessata…

— Ma lei è proprio un giornalista o lavora da qualche parte? Non esiste di per sé la professione di giornalista…

Annuii deferente, cercando febbrilmente di decidere come comportarmi.

— Vede, Jadwiga Michailovna, è piuttosto difficile da spiegare… La mia professione… dunque, faccio il Progressore… veramente, quando ho cominciato a lavorare, questa professione non c’era ancora. Fino a poco tempo fa ero collaboratore del COMCON… e anche ora, in certo qual modo…

— Lo ha lasciato per fare il libero professionista? — chiese Jadwiga Michailovna.

Sorrise di nuovo, ma ora nel suo sorriso mancava qualcosa di importante, e nello stesso tempo di molto comune.

— Senta, Maksim, — disse, — parlerò volentieri con lei di Lev Abalkin, ma, se permette, solo fra un po’. Le telefono io, fra un’ora, un’ora e mezzo…

Continuava a sorridere, e ora capii cosa mancava nel suo sorriso: la benevolenza.

— Certamente, — dissi. — Come preferisce…

— Mi scusi, per favore.

— Ma no, sono io che devo scusarmi…

Prese nota del numero del mio canale, e ci separammo. Che strana conversazione! Chiaramente lei si era accorta, per qualche ragione, che mentivo. Mi strofinai le orecchie. Le orecchie mi bruciavano. Maledetta professione… «E cominciò la più appassionante delle cacce, la caccia all’uomo…» O tempora, o mores!

Feci in tempo a leggere cinque pagine, non di più. Bussarono alla porta e sulla soglia comparve Sua Eccellenza. Mi alzai.

Capita raramente di vedere Sua Eccellenza in modo diverso che seduto alla scrivania, e ci si dimentica sempre di come sia alto e ossuto. Un impeccabile camice bianco gli penzolava addosso, come sulla stampella, e aveva, nel complesso, qualcosa dell’attore da circo che cammina sui trampoli, sebbene i suoi movimenti non fossero affatto rigidi.



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