
Eccovi il quadro: un giovane serio, grasso, pallido, incredibilmente noioso. Un magnete è il suo amore; le radiazioni di un Duplexor x-27 sono i suoi amplessi coniugali. A mezzanotte il nostro giovane si diverte e prova la sublimazione di tutti i suoi guai nell’eccitante incertezza dell’esperimento. Riuscirà? E lui potrà davvero sfruttarlo commercialmente, guadagnare milioni di dollari, conquistare tutte le donne con questa incontestabile prova della sua virilità?
Turnbul apre l’involto dei panini imbottiti, ne addenta uno, poi fa passare la corrente. L’esperimento è riuscito. Trentadue libbre di macchinari e un litro di etere dimetilmetilico volano dal banco al soffitto con improvviso fragore. Turnbul ha scoperto qualcosa che gli scienziati di un secolo prima avevano, guarda caso, ignorato: l’antigravità. Fatto unico? No, inevitabile. La statistica dichiarava inevitabili tali avvenimenti.
Dimenticate Turnbul. Non è il protagonista di questa storia. Se vi identificate in lui vi perderete nel corso di questa vicenda come Turnbul si è sperduto nell’instabile trama che produrrà l’Uomo Disintegrato. Turnbul prese il suo brevetto, poi fu citato in giudizio. Si batté per quindici anni nelle aule dei tribunali, difeso da un mediocre avvocato, e perdette il brevetto. A quell’epoca Turnbul si era fatto conoscere abbastanza da ottenere una cattedra di professore al suo Istituto. Sposò una bibliotecaria, educò i propri figli, e coninuò a scorrere avidamente ogni nuovo testo, ritenendosi soddisfatto se in qualche nota o appendice gli si attribuiva la paternità dell’antigravità o nulgee.
Nel settembre del 2110 la moglie di Galen Gart morì. Era una donna alta, appariscente, di carattere chiuso, e Gart l’aveva amata profondamente e per trent’anni. Erano stati una coppia felice, e nel corso della loro unione erano venuti ad assomigliare sempre più l’uno all’altra, come spesso accade alle coppie. Era difficile distinguere la loro calligrafia, le loro voci, le loro battute.
