Non era stata mai destinata ad altri scopi, e io non mi ero innamorato di lei, come avrebbe potuto fare qualcun altro, ma lo spettacolo, comunque, non mi piaceva. Mi sembrava uno spreco. Comunque, non ci rimuginai troppo sopra. Mi infilai nella capsula, la sigillai, e lasciai fare alla natura. Ormai, se c’era da credere ai segnalatori della pressione statica, la capsula ed io eravamo a una profondità di duecentocinquanta metri.

C’era un grande, grande silenzio. Sapevo che l’acqua mi turbinava accanto perché la profondità cresceva di circa mezzo metro al secondo, ma non la udivo. I pezzi staccati della Pugnose se ne erano andati già da un po’: quelli galleggianti si erano sparsi sul Pacifico, e quelli pesanti mi avevano preceduto verso il fondo. Mi sarei sentito turbato, oltre che sorpreso, se avessi sentito qualcosa di solido sbattere contro il mio relitto. Il silenzio era una buona notizia, ma mi metteva egualmente a disagio.

Ero stato una volta nello spazio — per un’indagine sulle scorie in una delle stazioni di ricerca sulla fusione — e c’era la stessa, totale assenza di suono. Allora non mi era piaciuto: mi aveva dato l’impressione che l’universo mi snobbasse di proposito, in attesa dell’istante in cui avrebbe potuto spazzar via i miei resti. E non mi piaceva neppure ora, sebbene la sensazione fosse diversa… stavolta era come se qualcuno mi stesse osservando attentamente per scoprire cosa intendevo fare, e cercasse di decidere i provvedimenti da adottare. Uno psichiatra non avrebbe potuto rimediare a questa idea, naturalmente, perché era abbastanza probabile che fosse vero.

Bert Whelstrahl era scomparso un anno prima, nelle stesse acque. Joey Elfven, l’ingegnere e sommergibilista più esperto che si potesse trovare sulla Terra, era sparito senza lasciar tracce dieci mesi dopo, nella stessa zona. Entrambi erano miei amici, e la loro sparizione mi turbava.



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