A questo punto passò, e io cominciai a piangere.

Oh, Gesù, mio buon Gesù, se mai c’è stato un Gesù e se mai c’è stato un Dio, ti prego ti prego ti prego facci uscire di qui, o facci morire. Perché in quel momento, credo, compresi completamente, tanto che fui in grado di esprimerlo a parole: AM era deciso a tenerci per sempre nel suo ventre, a torturarci in eterno. La macchina ci odiava come nessuna creatura senziente aveva mai odiato. E noi eravamo impotenti. Ed era anche orrendamente chiaro: Se mai c’era un buon Gesù e se c’era un Dio, il Dio era AM.


L’uragano ci investì con la forza di un ghiacciaio che precipita tonando nel mare. Era una presenza palpitante. Venti che ci aggredivano, scagliandoci indietro, giù per i corridoi tortuosi fiancheggiati dai computer. Ellen urlò, mentre veniva sollevata e scagliata a capofitto in un branco rumoroso di macchine, dalle voci stridule come pipistrelli in volo. Non poté nemmeno cadere. Il vento ululante la teneva sollevata, la sbatacchiava, la faceva rimbalzare, la scagliava indietro e indietro, e giù, lontano da noi, poi la fece scomparire improvvisamente oltre una svolta della galleria. Lei aveva la faccia insanguinata e gli occhi chiusi.

Nessuno di noi poteva raggiungerla. Ci aggrappavamo tenacemente a tutti gli appigli che avevamo trovato: Benny incuneato tra due grandi banchi, Nimdok con le dita agganciate a una ringhiera che cingeva una passerella dodici metri più sopra, Gorrister schiacciato, a testa in giù, contro una nicchia formata da due grandi macchine con quadranti coperti di vetro, che oscillavano avanti e indietro tra linee rosse e gialle di cui non poteva neppure intuire il significato.



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