Arab Jones e «High» Bundy e Pepe Martinez cominciarono il quarto giro, passandosi il bocchino di metallo l'uno dopo l'altro, e aspirando profondamente il fumo profumato, tenendolo a lungo nei polmoni. Erano seduti su cuscini e un tappeto, di fronte alla piccola tenda con una porta di strisce di plastica, una tenda sistemata sulla cima di un tetto, ad Harlem, non lontano da Lenox e dalla 125a Strada. Si cercarono con gli occhi, con l'amichevole vigilanza dei drogati, e poi i loro sguardi si spostarono all'unisono verso la luna in eclissi.

«Accidenti, scommetto che anche lei sta fumando,» disse «High». «Vedete quel fumo bronzeo? Quegli astronauti lunari devono essere in un bel viaggio!»

Pepe disse:

«Anche noi dobbiamo andare lassù. Tu pensi di eclissarti, Arab?»

Arab disse:

«Non c'è niente di meglio di una spinta astronomica, per un viaggio!»

CAPITOLO V

Paul Hagbolt e Margo Gelhorn cominciarono ad ascoltare quello che stava dicendo il barbuto:

«Le speranze e le paure di un essere umano, le sue inquietudini e agitazioni più profonde, danno sempre una colorazione a ciò che egli vede nei cieli… sia che si tratti di un aereo o di un pianeta o di una nave venuta da un altro mondo, o soltanto un corpuscolo del suo stesso sangue. Mettiamola così; ogni disco è anche un segno.»

La voce del Barba era gentile e mite, ma anche giovanile e intensa. Doc… l'omone calvo con gli occhiali… e la Turbantessa ascoltavano, con espressione imperscrutabile (Margo aveva impiegato due minuti per dare un soprannome a tutti e tre i partecipanti alla discussione, e a diversi spettatori).

Il Barba continuò:

«Il compianto professor Jung ha esplorato questo aspetto degli avvistamenti dei dischi nelle pagine del suo libro Ein Moderner Mythus von Diriger die am Himmel gesehen werden.» La sua pronuncia tedesca era un insieme di sputi e gorgoglii strozzati; egli tradusse immediatamente: «Il Mito Moderno delle Cose Viste nei Cieli.»



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