Si arrampicò disperatamente su per il pozzo, e la sua mente lottò, freneticamente, contro la cosa strana e miagolante che era in lui, anche se sapeva che era inutile lottare, che la cosa strana era venuta a vivere con lui, e sarebbe stata parte di lui per tutta la sua vita.

Si riposò, per un attimo, e cercò di chiarire se stesso, ma era troppe cose, ed era in troppi luoghi, e questo lo confondeva completamente. Era un essere umano (qualunque cosa ciò significasse) ed era una macchina che correva ed era una cosa rosea ed aliena accovacciata su di un pavimento azzurro ed era una entità priva di mente che percepiva per interi eoni di tempo urlante, che alla fine, quando si riusciva ad inchiodarli con la matematica, si riducevano ad una frazione di secondo.

Uscì strisciando dal pozzo, e le tenebre sparirono, e c’era una luce dolce. Era disteso sul dorso, e finalmente era ritornato a casa, e provò l’antica, antichissima gratitudine perché ancora una volta ce l’aveva fatta.

E finalmente seppe.

Era Shepherd Blaine. ed era un esploratore dell’Amo, che se ne andava lontano, per curiosare fra stelle sconosciute. Attraverso parecchi anni luce, e qualche volta trovava certe cose importanti, e altre volte non ne trovava. Ma questa volta aveva trovato una cosa, e parte di quella cosa era ritornata con lui.

La cercò e la trovò in un angolo della sua mente, raggomitolata per la paura, e cercò di confortarla, anche se la temeva. Perché era veramente terribile, disse a se stesso, essere prigionieri dentro la mente aliena. E, d’altra parte, era orrendo avere una cosa come quella intrappolata nella propria mente.

È molto duro per tutti e due, disse, parlando a se stesso, e a quell’altra cosa che adesso era parte di lui.



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