Barlennan infilò a fatica un braccio sotto la custodia muovendo la mano a tastoni fino a trovare il foro, in cui andava inserita la sua pinza. L’apparecchio non aveva nessun pezzo mobile, come una manopola o un bottone o una leva, ma la cosa non lo preoccupava affatto, perché non gli era mai capitato di vedere congegni del genere, così come non aveva mai visto relè termicofotonici a capacità elettrica. L’esperienza gli aveva insegnato che se inseriva un qualsiasi oggetto opaco in quel foro inevitabilmente il Volatore lo veniva a sapere. Perché poi succedesse cosi, non tentava nemmeno di capirlo. Era un po’, si diceva talvolta con tristezza, come voler insegnare arte nautica a un bambino di dieci giorni. Potevano anche avere l’intelligenza necessaria per capire — ed era comunque un pensiero confortante — ma mancavano assolutamente dell’esperienza diretta che poteva svilupparsi soltanto nel corso di parecchi anni.

— Qui è Charles Lackland — disse improvvisamente la macchina, interrompendo le sue riflessioni. — Sei tu, Barl?

— Sì, qui è Barlennan, Charles. — Il Comandante parlava la lingua del Volatore, e ogni giorno faceva sempre nuovi progressi.

— Sono molto contento di avere tue notizie. Hai visto che non ci eravamo sbagliati nel prevedere questa piccola bufera?

— È arrivata proprio quando avevi detto tu. Un momento… sì, c’è della neve insieme col vento. Non me n’ero accorto. Ma non vedo ancora traccia di polvere, ad ogni modo.

— Verrà. Quel vulcano deve averne vomitato nell’atmosfera circa quindici chilometri cubi, e ormai sono parecchi giorni che la nube di polvere si va espandendo.

Barlennan non continuò il discorso. Il vulcano in questione era ancora fonte di incomprensione fra loro, perché sembrava trovarsi in una regione del pianeta Mesklin che, secondo le conoscenze geografiche di Barlennan, non esisteva. Perciò, cambiando argomento, disse:



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