
Poul Anderson
Tau Zero
CAPITOLO PRIMO
— Guardi… là… che si alza sopra la Mano di Dio. È lei?
— Sì, mi pare proprio di sì. La nostra astronave.
Era l’ora di chiusura di Millesgården e loro erano gli ultimi visitatori. Per la maggior parte di quel pomeriggio avevano passeggiato tra le sculture, l’uomo in preda a una specie di soggezione e affascinato da quella sua prima esperienza, mentre la donna rivolgeva un addio silenzioso a ciò che era stato una parte della sua esistenza, più importante di quanto avesse sospettato fino a quel momento. Benché l’estate fosse sul finire, avevano avuto fortuna per quanto riguardava il clima. Quella giornata terrestre era stata allietata dal sole, con una leggera brezza che faceva danzare le ombre delle foglie sui muri della villa, tra un limpido sussurrar di fontane.
Ma, allorché il sole tramontò, il giardino parve di colpo animarsi di una vita ancora maggiore. Era come se i delfini si stessero tuffando nelle loro acque, Pegaso stesse infuriando verso il cielo, Folke Filbyter stesse cercando il nipotino perduto mentre il suo cavallo avanzava a fatica nel guado, Orfeo stesse ascoltando e le giovani sorelle si abbracciassero nella loro resurrezione: tutto nel più assoluto silenzio, perché era la percezione di un singolo istante, ma il tempo in cui queste figure si muovevano era non meno reale del tempo che interessava gli uomini.
— Come se fossero vivi, in partenza per le stelle, e noi dovessimo restar qui a diventare vecchi — mormorò Ingrid Lindgren.
Charles Reymont non sentì le sue parole. Era fermo, in piedi, sul viale lastricato all’ombra di una betulla le cui foglie stormivano e avevano già debolmente cominciato a cambiar colore, e guardava verso la Leonora Christine. In cima al pilastro che la reggeva, la Mano di Dio che alzava verso il cielo il Genio dell’Uomo si stagliava imponente contro un crepuscolo verde-azzurro. La piccola e velocissima stella le sfrecciò dietro per sparire di nuovo verso il basso.
