
Ollo Lophand invece parlava di tornare alla sua città libera di Tyrosh. Da quelle parti, sosteneva, a nessuno veniva mozzata una mano per un minimo di onesto ladrocinio, e non si veniva mandati a congelarsi l’anima per essere stati colti a letto con la moglie di qualche cavaliere. Chett aveva considerato l’ipotesi di andare con lui, ma non conosceva la tumida parlata da sgualdrinelle di quelle parti. E a Tyrosh che cosa avrebbe potuto fare? Era cresciuto a Campo dell’Arpia e non aveva nessuna particolare abilità. Suo padre aveva passato la sua esistenza sarchiando erbacce da campi altrui e raccogliendo sanguisughe. Si spogliava pressoché nudo, tenendosi addosso solo un corsetto di cuoio grezzo, e si immergeva fino al torace nelle acque torbide. Quando ne usciva, era coperto di quelle viscide cose nere dai capezzoli alle caviglie. Certe volte, aveva obbligato Chett ad aiutarlo a rimuoverle. Una volta, una gli si era attaccata al palmo della mano e lui, pieno di ribrezzo, l’aveva schiacciata contro un muro. Così suo padre lo aveva gonfiato di botte. I maestri pagavano le sanguisughe un soldo alla dozzina.
Che Lark tornasse pure a casa, visto che ci teneva tanto, e anche quel dannato d’un tyroshi, ma Chett ambiva a qualcosa di più. Se anche non avesse mai più rivisto Campo dell’Arpia, tanto meglio così. Come idea, il castello di Craster non gli dispiaceva affatto. Craster ci viveva come un lord, perché non poteva fare lo stesso anche lui? Sarebbe stato davvero divertente. Chett, figlio di un raschia-sanguisughe, che diventa un lord con tanto di castello. Una dozzina di sanguisughe in campo rosa avrebbe potuto essere il suo vessillo. E poi, perché fermarsi a lord? Forse avrebbe dovuto proclamarsi re. “Mance Rayder ha cominciato come corvo nero. Anch’io potrei essere un re come lui, e farmi un po’ di mogli.” Craster di mogli ne aveva diciannove, e questo senza nemmeno contare quelle giovani, le figlie con le quali non aveva ancora dormito.
