
Per un istante la piccola fuggiasca pensa una cosa terribile: lascio qui il bambino, lo nascondo in questo tronco marcio, rubo la barca e poi torno qui. In questo modo possiamo cavarcela, sicuro.
Ma poi la ragazzina nera cui nessuno ha mai insegnato a fare la mamma capisce che una brava mamma non può abbandonare un bambino che ancora deve poppare tante volte al giorno quante sono le dita di due mani. E mormora tra sé: una brava mamma non lascia il suo bambino dove la volpe, la faina o il procione possono mangiarselo un pezzetto alla volta e farlo morire. No davvero, questo no.
Così si siede, stringendo il bambino, e guarda scorrere il fiume: avrebbe anche potuto essere il mare, visto che non sarebbe mai arrivata dall’altra parte.
Forse qualche Bianco può aiutarla? Lì nel territorio degli Appalachi, quelli che aiutano gli schiavi a fuggire, i Bianchi l’impiccano. Ma la schiavetta fuggiasca, quand’era alla piantagione, ha sentito raccontare molte storie a proposito di alcuni Bianchi che dicono che nessuno dovrebbe appartenere a un’altra persona, che la ragazza nera dovrebbe avere gli stessi diritti della signora bianca, la quale dice di no a tutti gli uomini che non sono il suo vero marito. Quei Bianchi affermano che una ragazza nera ha il diritto di tenere il suo bambino, e non è giusto che Padrone Bianco voglia venderlo il giorno stesso in cui sarà svezzato, e farlo diventare così uno schiavo domestico nel Drydenshire, pronto a baciare i piedi dei Bianchi al loro minimo cenno.
«Ah, il tuo bambino è così fortunato», dicono tutti alla piccola schiava nera. «Crescerà nella bella casa di qualche signore nelle Colonie della Corona, dove hanno ancora il re… Pensa, un giorno potrebbe addirittura vederlo!»
