
«Io non ti capisco, Shadow» disse Wilson senza fermarsi.
«Che cosa non capisce, signore?»
«Non capisco te. Sei troppo quieto, cazzo. Troppo educato. Ti comporti come i vecchi, invece hai… Quanti anni hai? Venticinque, ventotto?»
«Trentadue, signore.»
«E cosa saresti? Un ispanico? Uno zingaro?»
«Non che io sappia, signore. È possibile.»
«Magari hai un po’ di sangue negro. Sei di sangue negro, Shadow?»
«Non è escluso, signore.» Shadow si teneva dritto e guardava davanti a sé, concentrato a non farsi saltare i nervi dal secondino.
«Ah sì, eh? Be’, quello che so è che mi fai senso.» Wilson aveva i capelli di un biondo rossiccio, la carnagione rossiccia e il sorriso rossiccio. «Tra poco sarai fuori di qui.»
«Spero di sì, signore.»
Superarono un paio di posti di controllo dove Wilson mostrò il tesserino di identificazione. Percorsa una rampa di scale si trovarono davanti alla porta dell’ufficio del direttore. C’era scritto il suo nome — G. Patterson — in caratteri neri, e accanto al battente c’era un semaforo in miniatura.
La luce era rossa.
Wilson premette un pulsante sotto il semaforo.
Rimasero ad aspettare in silenzio per un paio di minuti. Shadow continuava a ripetersi che era tutto a posto, che venerdì mattina avrebbe preso l’aereo per Eagle Point, ma non riusciva a crederci.
La luce rossa si spense e si accese il verde. Wilson aprì la porta. Entrarono.
In quei tre anni Shadow aveva avuto poche occasioni di vedere il direttore. La prima volta Patterson stava facendo visitare il penitenziario a un uomo politico. In un’altra occasione, durante una consegna generale, aveva fatto un discorso ai detenuti a gruppi di cento: la prigione era sovraffollata, aveva detto, e siccome sarebbe rimasta sovraffollata, avrebbero fatto meglio a farci l’abitudine.
