«A tutto» ruggì.

Il mondo vorticò e si capovolse e Shadow era di nuovo sull’aeroplano ma continuava ugualmente a vorticare. Qualche fila più avanti una donna gridò poco convinta.

I fulmini saettavano con bagliori accecanti. Il comandante comunicò che avrebbe cercato di guadagnare quota per allontanarsi dal temporale.

L’aeroplano sobbalzava procedendo a scossoni e Shadow si domandò con freddezza se sarebbe morto. Sembrava possibile, stabilì, anche se improbabile. Guardò fuori del finestrino l’orizzonte squarciato dai lampi.

Poi si riappisolò e sognò di essere ancora in prigione e che durante la coda per entrare nella sala mensa Low Key gli sussurrava che qualcuno aveva pagato un killer per ucciderlo, ma Shadow non poteva sapere chi era né perché, e quando si risvegliò si stavano preparando all’atterraggio.

Scese barcollando dall’aeroplano, battendo le palpebre per svegliarsi.

Tutti gli aeroporti si somigliano, pensò. E secondario il luogo in cui sorgono, è sempre un aeroporto: piastrelle e passaggi e toilette, cancelli, edicole e luci al neon. Anche questo sembrava un aeroporto qualsiasi. Il problema era che non si trattava dell’aeroporto dov’era diretto. Era più grande, molto più affollato, con un numero di cancelli decisamente troppo alto.

«Signora, mi scusi.»

L’impiegata alzò gli occhi dal foglio. «Prego?»

«In che aeroporto siamo?»

Lei lo guardò perplessa, come per capire se parlasse sul serio e infine disse: «St Louis».

«Ero diretto a Eagle Point.»

«Infatti. Ma è atterrato qui per via del maltempo. Non l’hanno annunciato?»

«È possibile. Mi sono addormentato.»

«Deve parlare con quel signore con la giacca rossa.»

Era un uomo alto quasi quanto Shadow e sembrava appena uscito dal ruolo del padre di famiglia in una sitcom degli anni Settanta. Digitò qualcosa sulla tastiera del computer e poi gli disse di correre — «Corra!» — al cancello in fondo al terminal.



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