
«Come vanno le cose?»
«Bene. È venuta a trovarmi tutte le volte che ha potuto… il viaggio è lungo. Ci scriviamo e quando posso le telefono.»
«Che mestiere fa?»
«Lavora in un’agenzia di viaggi. Manda la gente in giro per il mondo.»
«Come vi siete conosciuti?»
Shadow non riusciva a capire dove l’altro volesse arrivare. Prese in considerazione l’ipotesi di rispondergli che non erano affari suoi, come aveva conosciuto Laura, invece disse: «Era la migliore amica della moglie del mio migliore amico. Hanno combinato un appuntamento e ci siamo piaciuti».
«E hai un lavoro che ti aspetta?»
«Sissignore. Il mio amico, Robbie, quello che mi ha presentato Laura, è proprietario della Muscle Farm, la palestra dove lavoravo come istruttore. Dice di avermi tenuto il posto.»
L’altro inarcò un sopracciglio. «Sul serio?»
«Dice che secondo lui funzionerà alla grande come richiamo per i vecchi frequentatori e in più attirerà i duri che vogliono diventare ancora più duri.»
L’uomo sembrò soddisfatto. Rosicchiò l’estremità della penna e voltò il foglio.
«Cosa provi riguardo al tuo reato?»
Shadow scrollò le spalle. «Sono stato uno stupido» disse, e lo pensava davvero.
L’uomo con la voglia sulla fronte sospirò e spuntò una voce dal suo elenco. Poi sfogliò la documentazione di Shadow. «Come torni a casa?» chiese. «Prendi il Greyhound?»
«In aereo. Avere una moglie che fa l’agente di viaggio è utile.»
L’uomo aggrottò di nuovo la fronte increspando la voglia. «Ti ha spedito il biglietto?»
«Non ce n’è bisogno. Basta il numero della prenotazione. Il biglietto è elettronico. Devo solo presentarmi all’aeroporto con un documento, tra un mese, e sono a casa.»
L’uomo annuì, scarabocchiò un appunto, poi chiuse l’incartamento e appoggiò la penna. Due mani pallide andarono a posarsi come rosei animaletti sul ripiano grigio della scrivania. Le congiunse, unì gli indici e fissò Shadow con i suoi acquosi occhi color nocciola.
