
Presto la donna fu coperta di fango. C’erano tre cose che giocavano a suo sfavore. Una era l’abito premaman lungo fino alle caviglie che la copriva tutta tranne il viso, i piedi, il ventre rigonfio e i seni. Continuava ad inciampare nella lunga gonna e a cadere. Dopo un po’, ogni volta che le capitava, io trasalivo.
La seconda cosa era la pancia, che la costringeva a camminare portando il peso sui tacchi. Non era quello il modo migliore di muoversi nel fango, e lei ne dava spesso dimostrazione cadendo violentemente.
Il suo terzo problema era l’osso pelvico munito di cinto da parto, che probabilmente era stato applicato da poco. Era un modello incernierato nel centro, in modo da creare più spazio per il nascituro. Ne aveva bisogno, perché era alta e magra, un tipo di struttura fisica che avrebbe anche potuto farla morire di parto in quei tempi in cui ancora esistevano questo genere di problemi. Ma la costringeva a camminare come una papera.
— Quak, quak — disse Denver tentando di sorridere. Entrambi ci voltammo a guardare la donna che continuava a seguirci dondolando. Lei cadde e faticò a rimettersi in piedi. Denver non sorrideva più quando incontrò il mio sguardo. Mormorò qualcosa.
— Che cos’hai detto? — chiesi.
— Mi innervosisce — ripeté Denver. — Mi domando che cosa diavolo vada cercando.
— Qualcosa di molto importante.
Cathay e Trigger ci precedevano di pochi passi e vidi Trigger che lanciava un’occhiata alle spalle. Parlò a Cathay. Probabilmente non volevano che udissi le loro parole; ma io ci riuscii ugualmente. Ho buone orecchie.
— La cosa sta cominciando a turbare i ragazzi.
— Lo so — disse lui asciugandosi la fronte con il dorso della mano. Tutti e quattro la osservammo mentre lei arrancava lungo l’ultima salitella. Si vedevano solo la testa e le spalle.
— Dannazione. Pensavo che avrebbe ceduto presto — si lamentò lui, ma poi il suo viso divenne privo di espressione. — Non c’è niente da fare. Dobbiamo affrontarla.
