
«Sì, io.»
Saphira scoccò a Eragon un'occhiata interrogativa. facendo cenno al ragazzo di mostrargli la strada. Mentre camminavano, il ragazzo s'illuminò nell'ammirare Zar'roc, poi abbassò gli occhi, intimidito.
«Come ti chiami?» gli chiese Eragon.
«Jarsha, signore.»
«È un bel nome. Sei stato bravo a riferire il messaggio; dovresti sentirti orgoglioso.» Jarsha sorrise raggiante e affrettò il passo.
Giunsero davanti a una porta convessa di pietra, che Jarsha aprì con una spinta. La sala all'interno era circolare, con un soffitto a volta color del cielo, decorato di costellazioni. Al centro c'era una tavola rotonda di marmo, intarsiata con lo stemma del Dùrgrimst Ingietum: un martello circondato da dodici stelle. Erano presenti Jòrmundur e altri due uomini, uno alto e magro, l'altro basso e tarchiato; una donna con le labbra strette, gli occhi ravvicinati, e le guance colorate da fitti disegni; e una seconda donna con una criniera di capelli grigi che incorniciavano un florido volto dall'aria materna, smentita dall'elsa di un pugnale che spuntava dalle prospere colline del corsetto.
«Puoi andare» disse Jòrmundur a Jarsha, che abbozzò un veloce inchino e si dileguò.
Consapevole di essere al centro dell'attenzione, Eragon esaminò la sala, poi prese posto in mezzo a una serie di scranni vuoti, costringendo i membri del consiglio a voltarsi per continuare a guardarlo. Saphira si accucciò alle sue spalle; Eragon ne sentiva l'alito caldo sulla testa.
Jòrmundur accennò appena ad alzarsi per abbozzare un inchino, e si risedette.
