
Scoprii di avere addosso ancora metà dei vestiti, ben spiegazzati. Senza scarpe e con la cravatta slacciata, ma ancora penzolante dal colletto. Ero un vero disastro.
Mi fermai a pensare. Se fossi tornato a letto, avrei dormito sodo fino a mezzogiorno e forse anche oltre, e al risveglio mi sarei sentito in uno stato miserevole.
Se invece mi fossi rimesso in ordine, avrei potuto mangiare qualcosa, andare presto in ufficio, prima degli altri, avrei fatto molto lavoro e me ne sarei uscito prima, assicurandomi un piacevole fine settimana. Era venerdì, e avevo un appuntamento con Joy. Rimasi fermo per un po’, senza far niente, sentendomi bene al solo pensiero di venerdì sera e di Joy.
Stilai un programma: c’era giusto il tempo di preparare il caffè mentre facevo la doccia. Per colazione, un toast, uova al prosciutto e tanto succo di pomodoro, che fa un sacco di bene quando uno sente un gran vuoto in testa.
Ma, prima di qualunque altra cosa, volli dare un’occhiata alla moquette di fuori. Aprii la porta e guardai. Di fronte a me c’era l’assurdo semicerchio di pavimento nudo.
Visto?, dissi alla mia mente dubbiosa. Tornai in cucina a far bollire l’acqua per il caffè.
3
La redazione di un giornale è un luogo freddo e triste, di primo mattino: grande, vuoto, e così pulito da deprimere. Con l’avanzare del giorno assume l’aspetto consueto, caldo e umano, con i ritagli e i documenti sparsi sui tavoli, le bozze appallottolate sul pavimento, gli spuntoni di ferro che emergono dal mare di carte sulle scrivanie. Ma al mattino, dopo il giro della squadra delle pulizie, la redazione ha il pallore di una sala operatoria.
