Era inviperito con me, e non potevo dargli torto. — Grazie, Parker. Scusami se ti ho seccato — disse Joe, e riattaccò.

— Buona notte, Joe — continuai. — Mi spiace di avere strillato.

Mi fece bene dirlo, anche se Joe non era più là a sentirmi.

Mi chiesi perché avessi cercato di sottovalutare l’episodio, suggerendo che fosse soltanto una ragazzata. “Perché tu hai paura, coniglio” mi disse quella vocina interiore che ogni tanto ci parla. Faresti qualsiasi cosa per convincerti che non è niente. Perché non vuoi che ti si ricordi quella trappola nell’atrio.

Rimisi giù il ricevitore e notai che la mano mi tremava.

Rimasi al buio, sentivo il terrore che mi avvolgeva. Quando provai a toccare quel terrore, non incontrai nulla. Non era affatto terribile, ma comico: una trappola tesa davanti a una porta, un branco di palle da bowling che rotolano in fila indiana lungo una stradina di campagna. Scene da un cartone animato. Era semplicemente qualcosa di troppo ridicolo per crederci. Roba da farti crepare dal ridere, mentre ti faceva crepare.

Se davvero quella cosa voleva uccidere. E quella, certo, rimaneva la domanda: era fatta per uccidere?

Quella messa alla mia porta era una vera trappola, di buon acciaio? O un giocattolo di plastica o di qualche materiale simile?

Ma la domanda più difficile era: era davvero là? Ne ero certissimo, perché l’avevo vista. Ma la mia mente tentava di respingere questa certezza. E lo faceva per un egoistico senso di sicurezza, mentre la logica si ribellava a questo pensiero. Sapevo di essermi ubriacato, non però fino a quel punto. Non ero ubriaco fradicio, non avevo avuto visioni; mi tremavano solo un po’ le mani e non ero troppo saldo sulle gambe.

Adesso era tutto a posto. Tranne per quel tremendo e solipsistico vuoto mentale. Tipo tre sbornie, e di quelle peggiori.

Ora la vista si era adattata al buio, e potevo distinguere i contorni indefiniti del mobilio. Mi avviai in cucina senza più inciampare. La porta era accostata e filtrava una lama di luce. Avevo lasciato la luce accesa quando ero andato a letto e l’orologio sul muro segnava le tre e mezzo.



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