«Niente affatto,» dichiarò il capo. «A eccezione di una ventina circa, nessuna di quelle case è occupata dai legittimi proprietari, o meglio, dai proprietari d’origine. Ciascuna di esse, ora, appartiene alla città, per il mancato pagamento delle tasse. E sono soltanto una preoccupazione e una minaccia. Non hanno valore alcuno, neppure come materiale di recupero. Pensate: a che ci servirebbero? Cosa possiamo ricavarci? Legno, forse? Non usiamo più il legno. Le materie plastiche sono infinitamente migliori. La pietra? Adesso usiamo l’acciaio, invece della pietra. Nemmeno una di quelle case… nemmeno una, ripeto… possiede del materiale di qualche valore commerciale.

«E, nel frattempo, stanno diventando i rifugi di piccoli delinquenti e di elementi indesiderabili. Le case, sepolte dalla vegetazione, con i giardini invasi dalle erbacce, offrono dei nascondigli perfetti per i criminali di tutte le specie. Un uomo commette un delitto e si dirige verso una delle case… non appena vi è giunto, è completamente al sicuro, perché io potrei mandare mille uomini e il criminale riuscirebbe ugualmente a sfuggire alle ricerche.

«Le case non valgono la spesa di una demolizione. Eppure sono, se non una minaccia, almeno un grosso inconveniente, un fastidio. Dovremmo sbarazzarci di loro e il fuoco è il sistema più rapido e più economico. Naturalmente useremo tutte le precauzioni del caso.»

«E come la metteremo dal punto di vista legale?» domandò il sindaco.

«Ho fatto delle ricerche, naturalmente. Se un cittadino ha il diritto di distruggere la propria proprietà con qualsiasi mezzo, a meno che così facendo non metta in pericolo la proprietà altrui, non vedo per quale motivo la stessa legge non dovrebbe applicarsi a un comune.»

L’assessore Thomas Griffin balzò in piedi.

«In questo modo ti alieneresti la simpatia di un mucchio di gente,» dichiarò. «Bruceresti un’infinità di case per le quali la gente prova ancora un forte attaccamento sentimentale…»



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