
«Signori,» supplicò il sindaco, «Signori, questo è chiaramente fuori luogo. Stiamo dimenticando l’argomento di cui ci occupiamo.»
King si animò improvvisamente, si avvicinò al tavolo a grandi passi.
«No, vediamo di parlarci chiaro e di arrivare fino in fondo. Webster è arrivato. Forse ci potrà dire cosa ne pensa.» Webster si mosse, sentendosi enormemente a disagio.
«Credo proprio di non avere nulla da dire,» mormorò.
«Lasciamo perdere,» disse Griffin, seccamente, e tornò a sedersi.
Ma King rimase in piedi, con il viso paonazzo, e le labbra tremanti per l’ira.
«Webster!» gridò.
Webster scosse il capo.
«Tu sei venuto qui con una delle tue grandi idee,» gridò King, ancora più forte. «Volevi sottoporla al consiglio. Avanti, amico, alzati e parla.»
Webster si alzò lentamente, stringendo le labbra, ostile.
«Forse tu hai la testa troppo dura.» disse a King, «Per capire per quale motivo il tuo comportamento mi ha offeso.»
King spalancò la bocca, spalancò gli occhi, e poi, dopo un attimo di silenzio attonito, esplose.
«La testa troppo dura! Hai il coraggio di dire questo a me, a me! Abbiamo lavorato insieme e io ti ho sempre aiutato. Non ti sei mai permesso di parlarmi così, prima d’ora… hai sem…»
«Non ti ho mai parlato così prima d’ora.» disse Webster, in tono calmo, «È naturale. Non volevo perdere il posto.»
«Be’ il posto l’hai perso,» ruggì King. «Da questo preciso momento, il posto l’hai perso.»
«Piantala.» disse Webster.
King lo fissò, attonito, come se qualcuno lo avesse improvvisamente preso a schiaffi in faccia.
