«E siediti,» aggiunse Webster. La sua voce attraversò il silenzio della sala come la lama di un coltello.

Le ginocchia di King si piegarono, e l’uomo sedette, pesantemente. Il silenzio era assoluto, gelido come la neve.

«Ho qualcosa da dire,» annunciò Webster. «Una cosa che avrebbe dovuto essere detta già da molto tempo. Una cosa che tutti voi dovreste sentire. Che sia proprio io a dirvela è quel che più mi stupisce. Eppure, forse, essendo un uomo che ha lavorato per quasi quindici anni nell’interesse della città, è logico che sia io a dirvi la verità.

«L’assessore Griffin ha detto che la città stava agonizzando, e la sua affermazione è vera. In essa riesco a trovare un solo errore, e si tratta di un errore per difetto, non per eccesso. La città… questa città, tutte le città… è già morta.

«La città è un anacronismo. È sopravissuta alla sua utilità, alla sua funzione storica e sociale. Le colture idroponiche e gli elicotteri hanno pronunciato la sua condanna. In origine la città è nata come patria tribale, un punto in cui la tribù si riuniva per ottenere protezione reciproca. In seguito, per accrescere la protezione, la città è stata circondata dalle mura. Poi le mura sono finalmente scomparse, ma la città è ugualmente sopravvissuta per i vantaggi che offriva al commercio e ai trafficanti. La città ha continuato a vivere, nei tempi moderni, perché la gente era costretta a vivere vicino ai posti di lavoro, e i posti di lavoro si trovavano nella città.

«Ma oggi queste condizioni non esistono più. Grazie all’aereo di famiglia, oggi cento miglia sono una distanza molto più breve che cinque miglia nel 1930. Gli uomini possono volare per diverse centinaia di chilometri, per raggiungere il proprio posto di lavoro e tornare a casa con lo stesso mezzo alla fine della giornata. La gente non ha più bisogno di vivere ammassata in una città.



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